A colazione con il cast di The Walking Dead. Il nostro racconto da San Diego

di Giorgio Viaro - 22-07-2016

Abbiamo provato a strappare ai protagonisti qualche anticipazione su quel che ci attende, dopo l’ormai mitico cliffhanger con cui si è conclusa la stagione 6



È ormai una tradizione annuale la colazione FOX con il cast di The Walking Dead, sulla terrazza in cima a un grattacielo, nella dowtown di San Diego. Frutta fresca, caffè, crepes, sandwich, ciambelle glassate. E un’atmosfera meno formale rispetto a tutti gli altri appuntamenti stampa del Comic-Con. Purtroppo o per fortuna, più che di una vera conferenza stampa si tratta di un panel organizzato per i giornalisti ma condotto autonomamente, in cui il cast schierato su un palchetto, si spende in battute, gioca con i propri ruoli e scherza sulla percezione popolare dello show.

Una situazione quest’anno ancora più acuita dalla necessità di mantenere top secret gli sviluppi del clamoroso cliffhanger con cui è terminata la stagione 6, che ha costretto tutti a restare particolarmente abbottonati. Tra le righe, alcune risposte hanno però portato alcuni elementi su cui ragionare. Per esempio quando lo sceneggiatore Scott Gimple ha spiegato la scelta del cliffhanger di Negan così: «È stata una decisione presa per tempo, non dell’ultimo minuto. C’è una ragione narrativa, perché in qualche modo la storia raccontata dall’ultima stagione si conclude lì, con i personaggi in ginocchio. E c’è anche una prospettiva, diciamo, più geek, nel senso che è bello lasciare la gente con qualcosa da immaginare e di cui parlare, magari tra sconosciuti all’aeroporto che condividono quella passione».

Per il resto, la maggior parte della discussione è girata attorno al personaggio di Negan, indiscusso neo-protagonista dello show («Welcome to the Negan Show!» ha detto Andrew Lincoln, aggiungendo: «Rick non è mai stato in una posizione così disperata, cioè totalmente senza potere, e con tutti i suoi cari in pericolo di vita»). Secondo il suo interprete Jeffrey Dean Morgan, il segreto del successo del personaggio è che «ha carisma e sense of humor, molto spesso ti ritrovi a sorridere per quel che dice, quindi anche se fa delle cose terribili non riesci mai a smettere del tutto di amarlo. Per quanto mi riguarda è la cosa migliore che mi sia mai capitata, non mi sono mai divertito così tanto nella mia carriera». Robert Kirkman ha aggiunto: «È un personaggio caldo, che ti cattura», mentre secondo Danai “Michonne” Gurira «porta delle regole in quel mondo che sono orribilmente logiche, quel che dice ha senso, anche se in un modo terribile».

Riguardo al pilot della settima stagione (che andrà in onda il 24 ottobre), come detto nessuno si è lasciato andare a veri spoiler… anche se una piccola anticipazione l’ha data Greg Nicotero, mago degli effetti speciali e regista di alcune puntate: «Quello che possiamo dire è che il finale della Season 6 non è il punto più basso e angosciante che i personaggi sono destinati a raggiungere in quella circostanza, prima della catarsi: aspettatevi le montagne russe quando la serie ricomincerà».

Infine Andrew Lincoln ha ricordato l’importanza del Comic-Con per lui: «Ricordo molto bene la prima volta che siamo venuti qui, sette anni fa, e le reazioni che ci furono quando mostrammo il primo trailer. Solo allora mi resi conto della responsabilità che avevamo nei confronti dei fan e della stampa, e della dimensione enorme di quello che stavamo facendo. Penso che siamo molto fortunati ad essere arrivati alla settima stagione, e la affrontiamo senza paura: la paura non è mai un buon modo per lavorare».

A questo punto è stata la volta della vera novità del 2016, ovvero l’arrivo dei protagonisti di Outcast, a sostituire quelli di TWD. I due show condividono infatti l’autore del fumetto d’origine, nonché showrunner, Robert Kirkman, e la produzione Fox.

Anche in questo caso molte dichiarazioni di circostanza e battute sul palco, ma siamo riusciti a chiedere a Kirkman se non lo preoccupa o infastidisce il fatto che a pochi mesi dalla partenza di Outcast stia per debuttare un’altra serie sugli esorcismi targata Fox. Questa la risposta: «La pressione di realizzare dei buoni prodotti la sento sempre, ma per me finisce lì. Ti spiego. C’erano già moltissime buone storie sugli esorcismi “baptism style”, quelle che coinvolgono il Vaticano, e cominciava a sembrarmi tutto un po’ automatico. Io con Outcast volevo esplorare un tipo di racconto differente, senza un prete cattolico e la Chiesa di mezzo, ma con questo reverendo e questo ragazzo pieno di problemi che devono affrontare le possessioni spesso improvvisando, in un modo molto confuso. Volevo qualcosa di meno consueto, di meno automatico rispetto a una certa norma che ormai esiste. Per questo non sento particolarmente la pressione, o una qualche forma di competizione, riguardo la partenza di The Exorcist, perché noi stiamo provando a sovvertire praticamente tutti i cliché di quel tipo di storia».

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