Il Trono di Spade: la recensione della seconda stagione

di Lorenza Negri - 15-08-2015

Il fantasy di HBO si fa ancora più ambizioso e si dimostra ben costruito sotto ogni punto di vista


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Se la prima stagione di Il trono di spade poteva identificare in Ned Stark il punto di riferimento di una narrazione densa che introduceva una miriade di personaggi e di storie, la terrificante esecuzione ordinata dal mostruoso nuovo re dei Sette Regni Joffrey priva la seconda annata di quel fulcro. I primi episodi spargono infatti la maggior parte dei personaggi per ogni angolo di Westeros; alcuni di loro, come Arya e Jaime, sono destinati a imboccare percorsi che li cambbieranno per sempre. L’introverso Jon Snow e l’idealista Daenerys vivono agli estremi del mondo, ma entrambi muovono i primi passi della loro formazione di individui e di leader. Ad Approdo del re il sadismo di Joffrey ha libero sfogo, tanto che il cauto e pragmatico nonno Tywin affida al disprezzato figlio Tyrion il compito di tenerlo a bada. Per quest’ultimo è un’occasione di riscatto nei confronti del genitore, nonché una spinta all’ambizione che raggiungerà il suo climax – e quello della stagione – nel penultimo episodio (L’assedio) durante il quale si consuma la Battaglia delle Acque nere. Le trame principali dell’annata – i piani di Tyrion, il disprezzo reciproco con la sorella Cersei, gli affari dei Lannister, la levata alle armi di Stannis Baratheon, la rivalità morbosa di questi con il fratello Renly e l’intervento magico della spietata Sacerdotessa rossa Melisandre,confluiscono tutti in questo episodio monumentale, spettacolare, che rappresenta sia un’emblematica vetta della narrazione seriale, sia l’ennesima riprova che il piccolo schermo può offrire al pubblico un intrattenimento degno di Hollywood qualora disponga, oltre a un team capace, anche dei mezzi economici necessari.

La seconda stagione di Il trono di spade è più complessa narrativamente della prima, tesa a portare avanti una riflessione sul potere e sui mezzi per ottenerlo e mantenerlo che indica chiaramente il calcolatore e spietato Tywin Lannister come ideale di principe machiavelliano. Il Lannister è solo il tassello di un sanguinoso arazzo di storie – la serie continua a pretendere dallo spettatore un discreto livello di attenzione – che i produttori esecutivi Benioff & Weiss riescono a raccontare, quasi con spavalderia, senza perdere la visione globale, attingendo all’opera di Martin, anticipando eventi e l’entrata di alcuni personaggi, togliendone altri oppure fondendoli in una sola figura, e sacrificando trame minori che renderebbero lo show impraticabile. Il trono di spade può ringraziare HBO e la grande libertà concessa dalla tv via cavo agli showrunner; loro hanno ripagato l’audacia confezionando una stagione ambiziosissima ancora più cruenta e avvincente, tempestata di morti violente quanto memorabili (e fantasiose, non si può dire altro della dipartita di Renly) come di grandi prove attoriali (Dillane, Dinklage e Dance, rispettivamente Stannis, Tyrion e Tywin sopra tutti), una serie epica non per genere ma per il livello raggiunto.

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