The Walking Dead 6x04: la recensione di Qui non è qui

di Andrea Facchin - 03-11-2015

Ecco come Morgan è diventato un ambasciatore di pace nel mondo


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L'avevamo già intuito dai vari promo che questa settimana non avremmo saputo nulla delle sorti di Glenn, apparentemente divorato dagli zombie, e di Rick, bloccato in un camper con un esercito di vaganti a dirigersi verso di lui. Perché il quarto episodio della sesta stagione di The Walking Dead spezza il ritmo della narrazione per concentrarsi solo su Morgan, spiegando come è diventato il "santone" di oggi. Il merito va a Eastman (interpretato da John Carroll Lynch, che ci aveva terrorizzato nelle vesti di Twisty, il Clown assassino di American Horror Story: Freak Show), un ex psichiatra forense che, dopo aver perso moglie e figlia, si è rifugiato in solitaria nella sua casa nel bosco, con l'unica compagnia di una capretta. Quando le loro strade si incrociano, Morgan è disperato per la morte dei suoi famigliari (il figlio è stato mangiato dalla madre-zombie) e non vede molte opzioni davanti a sé se non ripulire il mondo da walkers e vivi, senza distinzione. Il suo nuovo amico, però, gli fa da maestro e lo inizia all'Aikido, tecnica di combattimento - col bastone che Morgan ora si porta sempre dietro - e insieme filosofia di vita, basata sulla non violenza (ammessa solo per legittima difesa) e sul comandamento di non uccidere.

È una puntata che contestualizza l'evoluzione del personaggio di Lennie James, ma alla fine ci chiediamo: era davvero necessario sviluppare tutto in 90 minuti? Non bastava qualche flashback in un episodio che non rompesse la continuity, giunta per altro a un momento cruciale? Ormai abbiamo capito da tempo che il dilemma morale della serie si fonda sulle linee di condotta opposte del gruppo di Rick da una parte e Morgan dall'altra. Così come è chiaro da che parte stare: per sopravvivere alla fine del mondo non si possono mettere i fiori nei fucili. Lo spiega a Morgan anche il membro dei Wolves tenuto - segretamente - prigioniero ad Alexandria: «Quando uscirò di qui ucciderò tutti, donne e bambini. È la mia natura, è il mio credo». Di fronte a queste parole, come si può non reagire? La bilancia del conflitto di fondo pende troppo da una parte e quindi il conflitto stesso, per il momento, quasi non ha valore.

La sensazione è che la morte di Glenn stia venendo mascherata secondo strategie piuttosto banali e prevedibili (come il nome di Steven Yeun tolto dai titoli di coda: davvero vogliamo abboccare?). È vero che ritardare lo svelamento del colpo di scena è una logica seriale precisa e sadica, ma come già dicevamo la scorsa settimana, tutto rischia di diventare un boomerang se prolungato in eccesso.

Tra sette giorni torneremo al presente, sperando di avere le risposte (o parte di esse) che cerchiamo.

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