Quarry: la recensione della prima stagione

di Giorgio Viaro - 04-11-2016

Una grande serie noir, che fa tesoro dell'esperienza di True Detective. Protagonista un reduce del Vietnam che si ritrova suo malgrado a fare il killer


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Esiste ormai una qualità "normale" per chi lavora con la serialità dentro i canali via cavo americani, una qualità che quasi non ha bisogno del pubblico. E infatti la cosa migliore di Quarry è che non è costruito per piacere a tutti i costi, funziona per semplici ragioni di regia e scrittura, senza strafare. La produzione è Cinemax, una controllata di HBO, e l'esperienza maturata con True Detective si sente e si vede.

Tratto con molta libertà da una serie di romanzi del prolifico Max Allan Collins, Quarry è ambientata nel 1972 e segue il ritorno in patria di Mac Conway (Logan Marshall-Green, il sosia di Tom Hardy), un marine che ha combattuto in Vietnam. Mac, che è accusato di aver partecipato a una strage in un villaggio di pescatori, non trova un impiego e finisce suo malgrado per lavorare come killer, al soldo di una misteriosa organizzazione controllata da un tizio di origini irlandesi (Quarry significa "cava", che è il posto in cui il protagonista riceve il primo e l'ultimo incarico).
Questo è il nocciolo della storia, ma di mezzo c'è anche la moglie di Mac, l'amante con cui lo tradisce, e una guerra malavitosa per il controllo del traffico di stupefacenti sulle rive del Mississippi. Sullo sfondo una costellazione di schermi che raccontano la campagna presidenziale di Nixon e McGovern.

Le prime puntate fanno pensare a una serie di episodi quasi autoconclusivi, invece è tutto il contrario: la prima stagione di Quarry è un romanzo in otto parti, ogni omicidio mette radici nella trama, e le conseguenze si sommano all'interno di un'unica narrazione compatta.
Del noir ci sono tutti i fondamentali: la Storia come origine dei personaggi, e il territorio come estensione (qui le paludi, le fabbriche abbandonate, i parcheggi dei motel, i quartieri residenziali impoveriti, e ovviamente la cava); e soprattutto un caos di intenzioni e caratteri, in cui buoni e cattivi si distinguono a malapena, ma i cattivi sono comunque più interessanti.
E l'amore per i dettagli funzionali alla definizione di un mondo (il burro nel caffè, i borselli di pelle con i nomi delle vittime, le collezioni di vinili) è commovente.

Alla fine più che una morale resta il senso di un paese che sta ridefinendo le proprie coordinate culturali attraverso compromessi vergognosi e battaglie sociali sanguinarie, originate da una specie di ricerca sentimentale un po' patetica, che qui è incarnata dal meraviglioso personaggio del killer omosessuale.

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